Mario Draghi ed il liberalismo reale

Francesco Lamberti opinioni 1 Comment

Tempo fa mi sono detto che dovevo scrivere un articolo sui vari bonus del Governo: mi ero dato la difficile missione di convincere i liberali e non che un bonus, inteso come un intervento diretto dello Stato, fosse necessario in questo momento storico, cercando di non essere tacciato di ipocrisia dal mondo socialista o di tradimento dai libertari. Non era un concetto semplice da spiegare, ma Mario Draghi mi è venuto in aiuto. Cosi, grazie al suo intervento di Rimini, vi faccio capire cosa intendo io, in modo un po’ ironico, per liberalismo reale. Un liberalismo che deve cercare di essere inclusivo verso le sensibilità italiane, ammissibile per la tradizione politica e culturale italiana e quindi efficace per portare quei cambiamenti necessari a garantire benessere a generazioni per decenni.

Draghi ha fatto un interessante discorso che, sorprendentemente, mi ha un po’ ricordato quello di Mises quando agli studenti argentini spiegava come si riparte quando hai alle spalle dieci anni di socialismo irrazionale. Noi oggi siamo come gli argentini di mezzo secolo scorso: imbevuti di retorica socialista – con la notabile differenza, però, che noi abbiamo un retroterra culturale di stampo marxista ben più radicato.

Il discorso parte con la cronistoria delle crisi del nuovo millennio (glissando sulle cause) e puntando l’attenzione sul fatto che se il mondo Occidentale, seppur timidamente, si è ripreso, ciò è successo grazie all’elemento fondamentale perchè possa esistere un sistema sociale complesso come quello moderno: la fiducia. Ragazzi, ci vuole ottimismo. Se partiamo con i titoli dei giornali sbiaditi, le idee annebbiate dal timore di sbagliare non andremo da nessuna parte: schiena dritta, come direbbe lo psicoterapeuta Peterson! Draghi, col suo intervento, dice di voler dare una visione etica, più che economica, al mondo del domani: ecco, il secondo pilastro di #QQ, l’etica della libertà. Dobbiamo accettare l’inevitabilità del futuro con la stessa forza con cui ci aggrappiamo ad una fune per non cadere a terra, perché, sempre citando Peterson (chissà se Draghi si è ispirato a lui per questo discorso) “la vita è l’equilibrio tra il caos e l’ordine:” Draghi invita a non diffidare delle regole del gioco che non sono solo la causa del male di oggi, ma soprattutto un’occasione di rivisitazione. Di che regole parla? Probabilmente della particolare forma di liberismo di cui lui e Angela Merkel si sono fatti portatori formidabili in questi ultimi anni, di quel sistema paradossale che cerca di dare una libertà dagli Stati nazionali attraverso una tirannia più grande, quella della burocrazia Europea.

E’ una posizione, la loro, che ci trova scettici. Prima di tutto, per l’approccio filosofico, di tipo strutturalistico: “solo l’individuo pensa, solo l’individuo ragiona, solo l’individuo agisce” afferma Mises. E come dargli torto? L’UE è fatta di persone, non di Stati. E sono questi individui che sono stati attaccati ferocemente dal COVID-19 e sono loro che richiedono adesso aiuto.
Tuttavia, il fatto che l’approccio teorico sia sbagliato, non necessariamente comporta che la ricetta di Draghi sia da scartare: Draghi parla di sussidi necessari ad evitare una depressione prolungata, di maggior debito pubblico buono. Per noi non esiste un debito pubblico buono, ma l’intervento pubblico è, a volte, un male necessario. Ciò che non deve succedere è che esso non diventi uno strumento che costringe le generazioni più giovani in un eterno loop di aumento delle tasse a causa dell’aumento del debito e dei relativi interessi. In quest’ottica, interventi “una tantum” possono avere un senso: non come stimolo alla crescita, ma come strumento per mantenere un certo livello di fiducia – nelle istituzioni e nel sistema, soprattutto quando quel sistema non ha dato una risposta coerente ed efficiente alla pandemia.
Ciò, come ben ci insegna la scuola Austriaca, crea inflazione, ma nel momento in cui è necessario intervenire con degli stimoli a deficit, l’inflazione risulta, paradossalmente, lo strumento più equo, in quanto non coinvolge dei burocrati ma è genuinamente democratica, colpisce ogni euro allo stesso identico modo, avendo un effetto meno distorsivo sugli equilibri di mercato rispetto al debito pubblico veicolato nell’economia tramite la CDP o partecipazioni statali in aziende private.
Draghi ha usato un bellissimo termine, per definire questa sua ricetta: pragmatismo. Un pragmatismo necessario perchè una politica economica sia credibile, lontana, quindi, dai vaneggiamenti italici sullo Stato Innovatore. Interventi, straordinari e finanziati tramite inflazione, per riportare ordine e fiducia nel sistema avendo il minore effetto distorsivo possibile. Non fondazioni a nomina politica che controllano le banche. Non investimenti sulle aziende del mezzogiorno. Non tunnel improbabili sotto lo stretto di Messina.

I bonus, dicevamo, vanno visti prima di tutto come iniezioni di fiducia, necessaria per fare riforme strutturali. Questo è liberalismo reale: turarsi il naso di fronte alla realpolitik, esattamente come faceva Churchill di fronte a Stalin o Reagan con Pinochet, perchè l’alternativa al compromesso con la realtà non è un’utopia libertaria ma una distopia marxista.Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta“, diceva Boniperti. Se, per vincere contro il postmodernismo di stampo marxista è necessario usare ogni mezzo a disposizione, e quindi anche lo strumento dell’inflazione, così sia. In merito, tra l’altro, Mario Mancini, in un editoriale su The Economist, diceva che la teoria di Keynes funziona meglio nelle mani dei seguaci di Hayek, proprio perchè ben coscienti della potenza distruttrice dello Stato.

Ma veniamo al quesito più importante: Mario Draghi è l’uomo giusto per rivoluzionare il sistema italiano? E’ l’homo faber in grado di mettere mano ai conti dello stato, per diminuire il debito pubblico sulle spalle delle giovani generazioni senza fare disastri e spingerci verso ancora più socialismo? Ecco, io qui ho più di qualche dubbio: Il QE, per quanto sia stato uno strumento necessario, è stato usato da Draghi in modo sicuramente generoso in questi anni. Non ha, inoltre, mai nascosto una certa fascinazione verso Keynes e verso teorie smaccatamente monetariste, ignorando, a mio parere, il ruolo che questo tipo di approccio espansivo dello Stato ha avuto nella disaffezione degli individui nei confronti del capitalismo. Il crony capitalism, quella brutta commistione di interessi pubblici e privati che emerge ogni volta che lo Stato cerca di gestire l’economia, è una paradossale pubblicità per un maggiore intervento dello Stato, che è esattamente ciò che lo genera, in un perverso meccanismo autoalimentante.

Ad ogni modo, in questo specifico ambito Mario Draghi mi è piaciuto. Ben sapendo di essere in pole position per entrare nelle future gare politiche italiane, ha fatto intendere che per lui il liberalismo è ancora un metodo utilizzabile, e che, se opportunamente revisionato – per l’ennesima volta nella sua secolare storia – potrà ancora essere il grande motore della ripresa economica e sociale del paese. Un guercio in un mondo di ciechi che potrebbe, con il supporto di iniziative di tutela degli special interests del mercato come Quarto Quadrante, invertire finalmente la rotta, per farci imboccare una strada più prospera e più libera.

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